Le quali intese

Alla vigilia della attesa decadenza di Silvio B., e sempre che avvenga e sempre che non arrivino colpi di scena in extremis, occorre prendere atto delle variazioni di scenario politico che questo passaggio produce.
La principale è sull'assetto, sul senso, sull'equilibrio del presunto governo delle presunte larghe intese, e sui suoi indirizzi politici, prevalentemente relativi alla politica economica.

Fino ad ora, infatti, il governo delle larghe intese sinceramente o meno, si presentava come un gabinetto di “grande coalizione” che proseguiva sulla linea impostata dal precedente governo tecnico e ne proseguiva le politiche, pena il precipizio e l'abisso.
Un colpo al cerchio e uno alla botte, di conseguenza, una volta scontentando gli uni e una volta gli altri (sempre gli italiani) reggeva l'alibi dell'esigenza dell'interesse nazionale.
Naturalmente esso esisteva - in assenza di una volontà degli elettori - solamente per una sorta di imposizione della “ragion di stato” da parte delle maggiori istituzioni.
Il sostegno dei partiti in Parlamento, infatti, era palesemente coartato, in assenza di alternative e di elezioni che potessero crearle.
L'assenza della legge elettorale, promessa promessa e mai realizzata tanto da suggerire che non venisse realizzata appositamente, impediva il prodursi di alternative possibili.

Ora però cambia tutto.
L'uscita di Silvio B., modifica decisamente la base parlamentare del governo in carica e, volente o nolente, ne sposta l'asse verso sinistra e, in particolare, sulle spalle del Partito democratico. Le forze centriste e fuoriuscitiste alfaniane, infatti, risultano fortemente minoritarie rispetto al maggiori partito della sinistra.
E si fa come se questo non ponesse problemi o, almeno, necessarie conseguenze.
Che cosa farà ora il governo?
Modificherà la sua linea politica in coerenza con i programmi e le esigenze del Pd e della sua base elettorale e sociale?
Da questa parte, infatti, almeno a parole si è messa fortemente in discussione la politica dell'“austerità”, la pedissequa applicazione delle imposizioni europee.
Tutte le mozioni congressuali, chi più, chi meno, hanno decisamente condannato queste politiche, ormai fallite, ormai palesemente sconfessate da tutti i progressisti nel mondo.
Che farà il governo, per giunta guidato dal vicesegretario del Pd, virerà decisamente a sinistra, sconfessando queste politiche?

Perchè se non lo facesse, mentre la destra non al governo e il grillismo non al governo, criticheranno tali politiche reazionarie e devastanti per l'ordine sociale, il maggior azionista del governo si troverebbe a sostenerle assumendosi tutto l'onere della “responsabilità” tecnocratica europea.
La domanda, infine, è una e una sola.
Dopo non essere andati a elezioni per sostenere il distastro montiano, ed avere dissanguato il progressismo italiano in un avvinghio mortale con il pricipale avversario politico di un ventennio, e dopo avere imposto all'elettorato di sinistra quisquilie tipo il rimpatrio di due rifugiate politiche e il caso Cancellieri, ora, a chi rimarrà in mano il cerino dell'Austerità merkeliana?
Al Pd di Napolitano, Letta, Epifani, Renzi, Cuperlo, Civati, Pittella, della Cgil, e così via?

No, vero?

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blog/le_quali_intese.txt · Ultima modifica: 2013/11/27 12:29 da mattia